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E poi arrivano i momenti in cui tutto sembra (ri)comporsi. Improvvise epifanie percettive che vanno ben oltre te e i tuoi pensieri, ma che ti contengono. Gentili, come un guanto di flanella morbida.
Succede quando cammini per strada e l'Ipod passa le prime note di Echoes - e fuori il cielo ha cambiato colore tutto d'un tratto, e c'è un bel vento, e l'aria è carica dell'odore denso di una pioggia sottile. E questa è la perfezione, pensi.
"...and no one knows the wheres or the whys
but something stares and something tries
and starts to climb towards the land"
"Una medicina non ippocratica non è una medicina anti-ippocratica (...). Il potere curativo della natura non viene negato da un trattamento che lo governa e lo integra. L'ippocratismo constatava che le forze della natura sono limitate (...). La medicina non ippocratica può in effetti allargare questi limiti. Oggi, l'ignoranza consisterebbe nel non domandare alla natura ciò che non è della natura.
(...)
Il miglior modo per la medicina contemporanea di onorare Ippocrate è quello di cessare di rifarsi a lui. Essa non può celebrare meglio l'intuitiva correttezza della visione ippocratica dell'organismo che rifiutandosi di seguirne la pratica di osservazione e attesa"
G. Canguilhem, Sulla medicina
Edit:
(Che non si dica che faccio del riduzionismo, ma forse è il caso che io la smetta di postare quando sono in sindrome pre-mestruale)
Come una vescicola la cui membrana, rotta, lasci uscire materia viva. Viva, là fuori, quanto a lungo? Come se l'amore che c'era fosse diventato questo, e se ne stesse sospeso in quest'aria torrida e ferma di fine giugno. Sembro io, quest'aria. Senza movimento. Così innaturale.
Mi restano, delle cose, solo piccoli frammenti. Per lo più, gesti.
Il movimento della mano della collega quando butta via la cenere della sigaretta. Ha dita corte e tozze. Fuma con un piglio che non mi riconosco. E' così solido, quel movimento, che lo vorrei mio.
Non sapere più di cosa sono capace.
Ho disimparato così tante cose di me.
(...) In punta di piedi tornai nella camera da letto dove mio padre dormiva, sempre respirando, sempre vivo, sempre con me: un altro scacco al quale era sopravvissuto, quest'uomo che da tempo immemorabile conoscevo come padre. Ero terribilmente dispiaciuto per la lotta eroica e sfortunata che aveva sostenuto per ripulirsi prima che io lo raggiungessi nel bagno, e per la vergogna che aveva dovuto provare, il disonore di cui sentiva il peso, eppure, ora che la cosa era finita e lui era immerso nel sonno, pensai che non avrei potuto chiedere niente di più, per me stesso, prima della sua morte: anche questo era giusto ed era come doveva essere. Si pulisce la merda del proprio padre perchè dev'essere pulita, ma dopo averlo fatto tutto quello che resta da sentire lo senti come mai prima d'allora. E non era la prima volta che lo capivo: una volta sfuggito al disgusto e ignorata la nausea e dominate quelle fobie che hanno acquistato la forza di un tabù, c'è ancora tantissima vita da accogliere dentro di sé (...)
Philip Roth, Patrimonio. Una storia vera
In ordine sparso:
- che poi, 'sta cosa dell'ordine sparso comincia a preoccuparmi alquanto. Spia di una trama tanto necessaria quanto inidentificabile. Al momento, almeno. Ma è un momento che dura da un po'.
Comunque.
Odio Hello Kitty. In galera chi l'ha partorito/a, e ai lavori forzati chi se ne addobba.
E odio le borse di Louis Vuitton.
Odio il fatto che alla domanda cosafaioggi? mia nipote risponda ho un casting.
Vorrei potermi permettere i costosissimi corpetti Agent Provocateur. In generale, tutto l'intimo del suddetto marchio. Ma non posso. Fa niente.
Odio Hello Kitty.
Odio Hello Kitty.
Odio Hello Kitty.
Un po' povero, 'st'ordine sparso.
Il sottile e fondamentale confine fra l'immedesimazione sterile e l'empatia, la vicinanza, anche l'amore. Questo mi hai insegnato. E tutto quel che ne viene.
Ci pensavo mentre ero sul solito treno. Avevo chiuso gli occhi, appena un po'. Per poi riaprirli, scossa da un brivido che dallo stomaco ha viaggiato lungo la schiena, fino al collo. Quella mano, ho pensato.
Quella mano lì, l'ho vista e sentita - così com'era, aperta in due. Quella mano tutta rossa di sangue, esposta nella più tenera polpa. Non avevo battuto ciglio e fatto quello che dovevo. E ora, a distanza di giorni, veniva su quella sensazione - il ferro che mi squarcia la carne, il mio palmo che brucia. Quella mano - la mia.
Non avrei potuto muovermi, se questo fosse successo nel momento del bisogno. Non avrei potuto fare niente, se mi fossi immedesimata così completamente con quella ferita quando l'ho vista. Avrei solo potuto chiudere gli occhi, stringendoli. Forse, mugolare piano di pena, portandomi la mano fra le gambe per stringermela lì, forte, fra le cosce. In difesa. A difesa.
Ma non ero io. E, sul momento, questo non lo dimentico mai.
Ho pensato che questo me lo hai insegnato tu. Ho pensato che con te ho imparato l'etica della giusta distanza, la sterilità e l'infantile egocentrismo che può nascondersi nella tendenza ad una eccessiva immedesimazione. Mi hai insegnato il rispetto che viene dal riconoscere la differenza che passa fra i corpi. Mi hai insegnato il necessario passo indietro dell'ego - a mettere a tacere uno stomaco che urla il suo bisogno di diventare protagonista. Mi hai insegnato che si soffre e si muore sempre da soli, ma che si può farlo in tanti modi diversi. Mi hai insegnato ad accompagnarti, ad accompagnare. Ad essere presente.
Mi hai insegnato una forma preziosa di amore. La cura. Il rispetto.
Mostrandomi ciò che non posso e non sono, mi hai resa padrona di quel che posso e che sono.
Se oggi faccio qualcosa che amo così tanto, è a te che devo dire grazie.
Quello che si avverte, guardandola, è una forza speciale. Un'immagine che, mi rendo conto, ha sempre tenuto un suo spazio dentro di me - il rigore come dev'essere. Come è per me.
Quasi due ore di concerto che volano via.
La situazione innaturale di un teatro con posti a sedere. La gente che non si lascia andare. Lei che scende dal palco e si muove tra le file, trascinatrice, scatenando finalmente le danze. Vi voglio, vi prendo. Eccome, accidenti - sa fare il suo lavoro.
Camicia bianca. Giacca dal taglio dritto, maschile.
Elettrica, in ogni muscolo e nervo.
Un animale vivo, come la sua città.
Lei e la sua città.
Ho voglia di partire.
Non ti accorgi di come le cose sono cambiate fin quando non le vedi.
Non ti rendi conto di come le ossessioni ti abbiano liberato le spalle dal loro peso fino a quando non spariscono certe immagini, per far posto ad altre. Nello stesso ricordo, memorie tanto diverse.
Una sera di giugno di qualche anno fa. Una festa per l'abilitazione. La tua.
E dove c'era l'immagine di lui che esce a fumare con te e ti parla e ti sorride, ora ci sei tu.
Tu, con i tuoi occhi lucidi, il tuo raccoglimento, il pensiero di tuo padre. Tu che ti allontani per restare un momento da sola a parlare con la tua commozione. Tu al telefono per dire a qualcuno di importante, con un groppo alla gola, che sei felice. Tu, con quella maglietta scura e quell'aria di quasi estate a giocarti sul collo e le spalle. Tu, che tutto ti sembra un regalo così grande, e sofferto, e bello. Tu che ancora oggi, ogni volta che ti metti la divisa e lavori, hai questo senso di meraviglia e gratitudine che ti corre dal cuore fin sotto la pelle. Tu, che pensi che questa è la cosa migliore che hai fatto, da anni.
Quello che è iniziato, quella sera, tu non riesci a calcolarlo davvero. Lo intuisci e lo senti, nella sua grandezza per te. Una cosa così semplice, e smisurata.
Riprendi il tuo spazio, nei ricordi. E accade così, in modo spontaneo. Un ricordo con la coda dell'occhio che fa capolino mentre giri la testa da un lato, distratta, mentre ti accendi una sigaretta e, casualmente (casualmente?), ripensi.
Tu e i tuoi mille fiumi carsici - e ogni tanto un rivolo che affiora, e allora tu le cose le vedi e le tocchi, ma ci vuole un po'.
Ho un processo di stampa in corso da ieri pomeriggio. Praticamente, sto stampando il mondo. Nuove idee per un nuovo lavoro. Vedremo cosa ne viene.
Febbriciattola.
Pensieri.
E la fastidiosa sensazione di essere spiata, su queste pagine, da occhi che mi leggono per sapere. Che si impossessano di minuscoli frammenti, pensando di poterne ricavare l'intero.
Oggetto di fagocitosi? No, grazie.